Pubblico o privato

Come spesso succede per le cose veramente importanti, ad un dibattito  serio e argomentato circa i nuovi media informatici si sostituisce ormai quasi sempre un chiacchiericcio pettegolo e mal fondato, alimentato da settori economici e culturali che vedono in internet o un pericoloso concorrente commerciale, o una minaccia per il proprio ruolo egemonico, o entrambi.

Di tanto in tanto, sui media mainstream (ossia, telegiornali di largo ascolto e grandi quotidiani) compare qualche allarme relativo alla Rete (di solito si fa riferimento alla diffusione della pedofilia on-line o ai pericoli della web-pirateria, come fatto di recente da parte dell’amministrazione americana). Inoltre, specie in seguito alla diffusione dei cosiddetti social network (MSN Messanger e soprattutto Facebook), ha preso piede la questione della privacy: i nostri dati personali, le nostre stesse vite intime, correrebbero il rischio di essere messe in piazza, scandagliate, piegate ai più loschi fini.

Ora, a ben guardare, che le nostre vite siano già in mano ai più biechi speculatori sia in termini commerciali sia politici (e spesso le due cose insieme) mi pare innegabile. La pervasività del controllo da parte del potere statale e delle sue componenti è un dato di fatto storico acquisito da secoli. Cambiano magari gli strumenti, ma non certo la sostanza del problema. Così come le azioni di controllo politico e gli esperimenti di ingegneria sociale non nascono certamente con internet. Piuttosto, la Rete si è inserita un po’ di traverso, per così dire, nei processi in corso alla fine del “secolo breve”, scompaginando parecchie dinamiche di dominio e di egemonia culturale ancora ben presenti e attive nel contesto sociale e politico contemporaneo.

Perché la Rete, per come è nata e per come si è sviluppata e si sta evolvendo, assomiglia molto più a un contro-potere diffuso, che a uno strumento di dominio come i media tradizionali, televisione in primis. Il  mezzo televisivo è esso sì pervasivo, autoritario e generatore di vere e proprie patologie socio-culturali: è un medium il cui potenziale egemonico, intuito fin dalla sua invenzione e poi messo in pratica sistematicamente, ha conformato l’immaginario collettivo su tutto il globo terracqueo.

Nella valutazione dei pericoli generati dall’utilizzo massiccio di internet prevale di gran lunga l’aspetto ideologico, sull’analisi di fatti e dati verificabili. Inoltre, ad un livello superiore, si perde completamente di vista, anche nei rari casi in cui il discorso viene affrontato seriamente, il mutamento di paradigmi connesso con l’accesso diffuso al medium telematico. Come insegnava McLuhan, le potenzialità offerte da un nuovo medium non annullano quelle dei media già acquisiti all’uso generalizzato, bensì rimodulano l’assetto complessivo delle funzioni comunicative degli individui, aggiungendone altre e adeguando quelle esistenti. Ovviamente, ciò ha conseguenze ampie e articolate, che inevitabilmente si intersecano con altri fenomeni economici, sociali e culturali. La produzione di senso muta, oltre che negli strumenti, anche nei contenuti, nella loro fruizione e nel loro scambio.

In questa sede non possiamo indugiare sul quesito se tali mutamenti siano causa o effetto del passaggio di fase generalizzato in cui siamo immersi. Lasciamolo da parte dunque. Ciò che invece mi pare interessante è l’ostinazione con cui vengono applicate categorie del passato ai fenomeni nuovi a noi contemporanei. Tornando al discorso iniziale, basta considerare per l’appunto tutta l’enfasi posta a proposito della violazione della privacy connessa all’uso dei social network. La privacy, categoria tipicamente moderna, non è un valore in sé, immutabile e ontologicamente connesso con la natura umana. Si tratta di uno spazio di azione e interesse individuale, cellulare, nell’ambito della società umana così come conformata dai processi storici dell’industrializzazione e dell’avvento del sistema economico capitalista. Il termine stesso “privato”, denota un’accezione di base negativa. La sfera del privato è quella della “privazione”, della perdita di senso.

Ciò può essere compreso solo in relazione ad un orizzonte culturale e sociale in cui ciò che fornisce senso e “pienezza” è il contrario del privato, ossia il pubblico. Nelle società premoderne questo era largamente vero e salta agli occhi anche in base alla documentazione storica e letteraria di cui disponiamo (ne tratta diffusamente Hannah Arendt in Vita activa). La realizzazione individuale era quella che si raggiungeva nell’ambito comunitario, col riconoscimento da parte della collettività. Solo in tale ambito le proprie azioni conquistavano valore e significato. Basti pensare alla Atene di Socrate o alla Roma repubblicana, o alla società medievale e a quelle parti di essa o delle sue dinamiche interne che così a lungo permarranno anche in piena età moderna e contemporanea nelle zone marginali degli stessi stati europei. Insomma, non stiamo parlando di una gerarchia di valori e significati sempiterni. Appellarsi alla difesa del “privato” come massima sollecitazione di riserve verso il nuovo medium telematico ha senso se tale gerarchia di valore fosse ancora vigente. Ma è proprio qui l’equivoco.

La complessa rimodulazione in atto nelle società globalizzate contemporanee sta erodendo il sistema ideologico di riferimento dell’età del capitalismo. Che si tratti di un fenomeno di involuzione o dei prodromi di una evoluzione futura poco importa. Come nelle società premoderne, la attuale comunità della Rete assegna un senso e un valore non tanto ad una sfera privata individuale dai confini ormai incerti e del tutto permeabili, quanto piuttosto a ciò che si di-mostra in pubblico. Quanto abbia influito su questa dinamica potentissima il successo universale della “società dello spettacolo” – nata in un contesto mediatico diverso e con scopi e tendenze in gran parte di segno opposto rispetto a quelli che muovono la Rete – non è facile sapere. Esiste la possibilità che, col solito scherzo dell’eterogenesi dei fini, i cascami della società dello spettacolo si siano riversati attraverso il nuovo medium informatico nella nostra quotidianità, contribuendo a sconvolgerne gli assetti, al di là di qualsiasi calcolo o previsione. A ciò deve poi necessariamente aggiungersi la giusta considerazione dei fenomeni di “convergenza culturale” in atto, rilevati soprattutto nell’ambito degli studi sulla popular culture di matrice anglosassone.

In definitiva, ha poco senso attribuire a internet una potenzialità minacciosa per una sfera di senso, quella del “privato”, che di suo sta perdendo la partita con la storia ed è in procinto di essere soppiantata da nuove tavole dei valori. Non è lì che si gioca la sfida decisiva, e forse voler simulare che sia così serve solo a distogliere ulteriormente l’attenzione da quanto va succedendo in realtà, con l’intenzione (illusoria, come in tutti i casi in cui si mette in moto un’inerzia generale di portata storica) di bloccarne il meccanismo o quanto meno gli effetti.

Se sia un bene o un male è un interrogativo che, su scala storica, non ha alcun senso porsi.